.: premessa

Si articola su sette punti ed una conclusione. Secondo il classico schema delle istruzioni militari, perfettamente rispondente alla logica sistematica, l'esordio della premessa è costituito dall'illustrazione dello scopo dell'addestramento al combattimento, individuato in tre punti essenziali costituenti i cardini della dottrina: capacità tattica, abilità tecnica e spirito di organizzazione. Queste abilità devono essere create nel combattente e sviluppate nel più deciso dei modi.

In linea con lo spirito della X^, il secondo punto esplicita con decisione la non tassatività delle istruzioni che si impartiscono nella pubblicazione, che richiedono l'adattamento alle variabili dei problemi tattici. Emerge qui nettamente uno degli elementi di contrapposizione tra la Grande Unità ed il complesso della "tradizione" militare italiana come appariva all'epoca. La struttura militare, infatti, appariva ingessata in una dottrina improntata a rigidità e schematismi che avevano finito col paralizzare la capacità tattica delle unità nel combattimento. Questo fatto era aspramente criticato dalla X^, che sul punto si opponeva strenuamente in ogni settore, dal rifiuto della burocratizzazione al rigetto della gerarchia stessa classicamente intesa. Basti pensare che nella Flottiglia gli avanzamenti erano espressamente bloccati: le promozioni sarebbero state un problema del dopoguerra, dato che la gravità della situazione imponeva di lasciar perdere tutto ciò che non fosse essenziale per la condotta delle operazioni.

Particolarmente significativo è il n. III. In esso si definisce, con linguaggio moderno e tuttora insuperato, il Comandante come "naturale" istruttore del personale dipendente. La scelta tra tecnicismo dell'istruzione -e quindi specializzazione degli istruttori- e visione complessiva dell'azione di Comando è netta e chiara.
Di più, si afferma che i superiori devono pretendere la competenza e tutelare il prestigio dei Comandanti ai vari livelli, massimizzando in essi le qualità morali che costituiscono il contenuto dell'arte del comando. E qui emerge prepotentemente l'essenza stessa della concezione della guerra per la X^: tra esse qualità, in primo luogo sono "il sentimento della responsabilità e il culto del rischio".

Questa visione e questa terminologia (riportata integralmente in corsivo) rendono immediatamente il carattere e l'impronta dello spirito stesso che animò la X^ e ne fece la più agguerrita ed efficace tra le unità italiane sui due fronti.

Si tratta della più consapevole e matura espressione dottrinale, nella sua scarna enunciazione, delle doti richieste in battaglia ad un Comandante degno di tale nome, scevro da timori, schematismi e tentennamenti. Pur essendo immediatamente comprensibile che un tale spirito si confaceva perfettamente alle disperate ed ultimative condizioni nelle quali si richiedeva alla X^ di combattere, non si può non osservare che in tali termini si sostanzia il segreto delle vittorie dei grandi Generali che la Storia Militare da sempre ha fatto oggetto di studio. Il pur prudente inventore della logistica (e forse della stessa strategia), Scipione l'Africano, vinse perché osò portare guerra nel cuore del territorio nemico, rischiando il tutto per tutto ed assumendosi l'enorme responsabilità di puntare su tale azzardo la vita stessa di Roma.

Le condizioni di efficacia dell'addestramento, poi, sono enunciate al punto IV, ed individuate nella perfetta conoscenza di procedimenti e mezzi e nella fiducia assoluta nei Capi, nella dottrina e nelle armi. Sebbene tali elementi appaiano logica premessa all'apprendimento efficace, lasciano trasparire con netta evidenza altri due caratteri tipici della Flottiglia. Uno è quello della centralità dell'elemento morale, quasi fideistico, prevalente addirittura su quello tecnico. Se non sorretto dalla piena coscienza della grandezza, dell'intrinseco valore e della necessarietà del proprio Dovere, un soldato non vale nulla. Il secondo e quello legato ad una grande questione che ha da sempre animato il dibattito sulla X^, e cioè la connessione diretta tra l'Unità ed il suo Comandante, il Principe Borghese.

Vero è che l'affermazione della pubblicazione è del tutto generale e fa riferimento ai Capi, parlando al plurale, alla dottrina ed alle armi, ma è altrettanto vero che i Capi sono nominati con la lettera maiuscola e non con il termine Comandanti, che altro valore lessicale avrebbe avuto. Si tratta, certo, di un retaggio semantico dell'epoca, si tratta anche di un termine inequivocabile, dato che in Marina il termine Comandante ha un valore diverso dalla sua comune accezione, ma si tratta comunque del termine "Capi", che in quanto tali sono emanazione del Capo sia per nomina che per riflesso della concezione stessa dell'autorità. E si tratta, invero, anche della medesima concezione globale e totalizzante del Comando, che è di una modernità assoluta e sconcertante: il Comandante come luogo geometrico di ogni autorità, di ogni sollecitudine, il pimus vir che per le sue intrinseche, eccezionali doti primeggia e provvede.

Nel medesimo punto IV, poi, si danno concrete linee guida sull'impostazione che l'addestramento deve avere per ottenere gli scopi che si prefigge:

- la razionale organizzazione delle istruzioni secondo criteri di semplicità, gradualità e coordinamento, così da ottimizzare gli esiti e rendere omogenea l'istruzione per tutte le differenti personalità e gradi di cultura dei discenti;
- l'adeguamento della forza partecipante allo scopo dell'istruzione;
- la diversificazione degli ambienti addestrativi per terreno e condizioni meteorologiche, in modo tale da rendere reale l'ambiente addestrativo e da fornire una solida preparazione alle variabili tattiche del combattimento;
- l'aderenza delle situazioni addestrative alla realtà della guerra.

Il successivo punto V, partendo dalla varietà dei sistemi d'arma, tratta della necessità della specializzazione. Questo concetto potrebbe apparire contrastante con il concetto totalizzante che informa tutto lo spirito dell'addestramento della X^, ma subito viene precisato che la specializzazione va intesa come forma di eccellenza nell'impiego di almeno un mezzo, ferma restando la necessità di conoscere bene tutti quelli che abbiano affinità tattiche.

Il VI paragrafo fornisce i criteri di valutazione che devono essere impiegati nella valutazione dell'esito finale dell'addestramento. Le esercitazioni congiunte con altre armi e specialità, in particolare con l'artiglieria, devono dare la prova dell'amalgama e della reciproca conoscenza dei rispettivi procedimenti di azione, evidenziando "quell'unità di dottrina e quell'identità di linguaggio che sono il presupposto di ogni armonica azione". Le esercitazioni devono essere effettuate, ovviamente, con organici di guerra e con fuoco di guerra.
Il concetto di fuoco di guerra è cosa distinta dall'uso di munizionamento da guerra. Esso infatti investe la disciplina del fuoco e non solo l'uso di munizionamento reale. Si parla quindi di distanze tra reparti, di sovrapposizione dei settori di tiro, di aderenza del fuoco di appoggio sia dell'artiglieria che delle armi di reparto.

Si comprenderà, quindi, che un tale concetto non solo rientra nel principio dell'aderenza dell'addestramento alle situazioni reali (vds. prec. punto IV) ma va oltre, annullando ogni possibile differenza tra le esercitazioni finali ed il caso di impiego reale, implicando l'espressa rinuncia a quel principio della sicurezza cui le esercitazioni sacrificano tanta parte della loro simiglianza alla realtà negli eserciti "convenzionali", ivi compresi quelli per i quali la guerra non è una remota eventualità. Raffrontando la cosa coi tempi di oggi, gli unici eserciti che ispirano la loro azione addestrativa ad un simile canone sono quello israeliano -le cui pianificazioni di esercitazione prevedono il numero dei caduti- e quello sovietico, nel quale semplicemente non si considerava per nulla il valore della vita umana.

L'ultimo punto della Premessa, il VII, fa rinvio, per i procedimenti da seguire nello svolgersi dell'addestramento, al "Regolamento d'istruzione", del quale ahimè non è stato possibile finora avere traccia alcuna.

La grandezza e l'originalità della pubblicazione e del suo spirito, però, non sono contenuti solo nei sette punti della premessa, ma ancor più nella sua chiusa, stampata in corsivo, che sarebbe assurdo voler parafrasare:

"L'applicazione, per quanto intelligente, delle norme e dei criteri qui contenuti non potrà mai raggiungere gli scopi che l'addestramento si ripromette, se non sarà vivificata da una lucida comprensione dello spirito che anima tutta la nostra dottrina: ANDARE AVANTI! "

 

 

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