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Decima Mas Network - lettera aperta di Piero Operti a Borghese
Ultimo Urlo - Inviato da: Panzerfaust - Sabato, 02 Gennaio 2010 15:56
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lettera aperta di Piero Operti a Borghese

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la lettera aperta di Piero Operti al Com. Borghese

 
Tra le diverse "Lettere aperte" di Piero Operti, ex partigiano, troviamo quella di seguito pubblicata, indirizzata al Comandante della Decima Flottiglia M.A.S. J.V. Borghese ben dopo la fine del conflitto.

E' un documento di grande interesse, anche considerando l'appartenenza di chi l'ha scritta, del quale lasciamo ogni commento al lettore.

Quanto pubblicato è tratto dal libro "Lettere Aperte" di Piero Operti (vedi bibliografia -7-).

Piccola presentazione di Piero Operti
PIERO OPERTI, nato in Piemonte nel 1896, mutilato e volontario della guerra 1915-18, autore di opere che ebbero molto successo quali " Sacchetti a terra ", " Convito della speranza ", " Il condottiero Bartolomeo Colleoni ", " Civiltà antiche ", " Storia d'Italia ", è la diametrale antitesi della presente saggistica ispirata ad un conformismo di comodo.

Oppositore per derivazione liberale crociana del regime mussoliniano, egli è in ordine di tempo Il primo scrittore italiano di spirito liberale che abbia sentito l'esigenza di passare, nei riguardi dei fascismo, dalla condanna polemica al giudizio storico.

 

.: La Lettera aperta al Comandante J.V. Borghese

Caro Comandante,

ricorderà che mentre si celebrava a Roma il Suo processo scrissi un articolo, Soldati alla sbarra, nel quale esaminavo alla luce della etica militare la posizione Sua e dei Suoi compagni di detenzione. In seguito a quella pubblicazione una denunzia per "apologia del fascismo" non mi avrebbe sorpreso; e non perchè io abbia la "sete del martirio" attribuita da Dante a San Francesco, bensì per conferire un equilibrio alla mia biografia ero disposto, dopo aver conosciuto la giustizia autoritaria, a sperimentare la giustizia democratica, nell'uno e nell'altro caso per amore della Giustizia senza aggettivi.

La denunzia non venne, e in occasione di altri processi intentati a combattenti della Repubblica Sociale fui recidivo.

Mi accadde come in guerra quando uscendo incolumi dal primo, dal secondo, dal terzo fatto d'armi sorge il mito della nostra invulnerabilità, sulla quale peraltro noi non facciamo troppo affidamento e anzi, continuando a esporci senza iattanza alcuna ma come il nostro dovere di soldati ci comanda, mettiamo nel conto la possibilità di abbandonare prima o poi in barella il terreno dello scontro, o di restarvi.

La corazzata " Italia "

Ebbi l'anno dopo la gradita occasione di conoscerLa personalmente e più tardi Lei mi mandò, dattiloscritto, il Suo libro X Flottiglia Mas, che recensii in più giornali quando sul finire del '50 uscì edito da Garzanti.

Fui allora, se non il solo, uno dei pochissimi che in Italia ne abbiamo parlato; e anche in questo avevo un precedente, poiché nel '33, alla improvvisa morte di Leo Ferrero (figlio dello storico Guglielmo, esule politico con la famiglia in Svizzera) ero stato, se non il solo, uno dei pochissimi che avessero in Italia commentato l'opera del giovane scrittore scomparso.

Ma il silenzio creato intorno ad esso non impedì che il Suo libro fosse tradotto nelle principali lingue e avesse da noi più edizioni di quante ne abbiano avute i libri della parte opposta, scodellati in mezzo al corale elogio della stampa.

Quella lettura mi servì da tonificante antidoto al "From the ashes of disgrace" dell'ammiraglio Franco Maugeri. Ero stato pochi giorni prima alla Spezia giungendovi da Genova lungo l'Aurelia. Passato il Bracco, allorché alle prime curve della discesa il Golfo s'apre improvvisamente alla vista, si scorgeva presso la costa di ponente, oltre il cantiere e al di qua della diga esterna, il profilo d'una grande nave da battaglia.

"Come? Abbiamo ancora una corazzata?" fu il mio primo incredulo pensiero, e l'interrogativo si rinnovò, giunto al porto, osservando la maestosa nave che sembrava viva e incolume, appena giunta o pronta a salpare. Solo i cannoni affacciantisi dalle sovrapposte torri trinate apparivano molto corti, e pensai che fosse l'effetto d'uno scorcio prospettico. Ma l'illusione cadde poco dopo, quando passandovi dinanzi col vaporetto di Portovenere la misteriosa corazzata si rivelò nel suo squallore di enorme relitto inerte, una montagna di ruggine, una carcassa abbandonata all'usura del tempo e delle intemperie. Raggere di catene la ancoravano salda-mente a poppa e a prua, una spessa incrostazione marina saliva lungo le murate, e i cannoni erano corti non per ragioni di prospettiva ma perché gli inglesi ci avevano imposto di mozzarli a metà della volata.

Sembrava un leone incatenato al quale fossero estirpate le zanne.

Quella corazzata in attesa di convertirsi in rottame di ferro era l'immagine sensibile della nostra retrocessione. Vedendola una seconda volta al ritorno da Portovenere l'impressione mi si piantò nel cervello come un cuneo. Era l'Italia, una delle nostre quattro più potenti e moderne unità a cui fu negata la gloria del combattimento e su cui i marinai inglesi issarono a Malta la loro bandiera, spettacolo che colmò di giubilo il cuore dell'ammiraglio Maugeri, oggi rappresentante della nostra Marina in non so qual Consiglio atlantico: "Un brivido di piacere mi percorse, anche se sapevo che ciò significava la nostra resa e disfatta" (come dall'opera prima citata).

Due libri, due uomini

E dunque è possibile essere figli della medesima terra, uscire dalla medesima scuola, aver dato alla propria vita lo stesso compito nella stessa disciplina, e celare nell'anima differenze abissali. Si può infatti essere certi che alla vista della bandiera britannica sulle navi italiane il tenente di vascello Valerio Borghese non avrebbe provato un brivido di piacere.

Il Suo libro sta al libro del Maugeri come una ventata d'aria marina sta alla esalazione d'una cloaca; e dopo anni di macerazione e d'avvilimento la storia della Sua Flottiglia ebbe virtù di schiudere per la prima volta in me un rinnovato albore di fede.

Come punto di partenza, Lei scrive in lingua italiana per gli italiani e non pone fra sé e il Suo testo il paravento d'un traduttore; come punto d'arrivo Lei fornisce in una rassegna di fatti e di date il documento d'una gigantesca energia morale. Documento che ci commuove e ci consola, ove però è ben riconoscibile la perenne Italia chiamata dal poeta magna virum, "grande per individui", questa patria ricca di virtù eccezionali ma povera di quelle virtù medie e comuni ai molti, su cui essenzialmente si fonda la carriera storica dei popoli.

Gli uomini siluro della Decima, i sommergibilisti e i piloti dei barchini esplosivi, i nuotatori d'assalto, i quali con le loro mani portavano l'offesa nei più muniti porti del nemico, a Gibilterra a Suda ad Alessandria ad Algeri, nel Mar Nero, dicevano senza parola ai fratelli italiani: "Noi facciamo questo per voi, affinché anche i più umili fra voi, e i loro figli, abbiano vita meno stentata, più dignitosa, e ovunque vadano siano, come italiani, rispettati. A voi, in alto e in basso, incombe di mettere a frutto l'opera nostra. Se non lo farete, su voi ricadrà la colpa, perché, quanto a noi, più di quanto diamo è umanamente impossibile dare".

L'affondamento della Valiant e della Queen Elisabeth ad Alessandria nel dicembre '41 ci diede per qualche tempo una schiacciante prevalenza nel Mediterraneo. Avevamo sei corazzate contro nessuna degli inglesi. "La nostra superiorità navale in quel periodo era tale da permettere alle nostre forze di compiere un attacco diretto contro il perno della guerra mediterranea".

Naturalmente, l'attacco non fu compiuto. Dare al nemico il tempo di rimontare la china sembrava la vera preoccupazione del nostro Comando; e in questo episodio si trova lo schema pratico e ideale d'una guerra dominata per parte nostra dalla superstizione d'una astronomica superiorità del nemico. Occorsero le pubblicazioni storiche degli inglesi per sapere di quali iperboli noi li gratificassimo, e giustamente l'ambasciatore d'Inghilterra a Roma, allorché fu assegnata la Medaglia d'Oro alla nostra Marina Militare protestò per le parole: "contro forze preponderanti" contenute nella motivazione. Per lunghi periodi le forze britanniche nel Mediterraneo non erano state materialmente superiori alle nostre; e nondimeno quelle parole erano vere perché l'efficienza di una flotta non risiede solo nel tonnellaggio ma anche in altri fattori, e le forze del nemico erano effettivamente superiori in quanto nelle fabbriche inglesi nessuno sabotava i siluri destinati alla flotta, come avveniva al silurificio di Baia, e perchè nella flotta e nell'Ammiragliato, non si trovava nessuno capace di provare "un brivido di piacere" se avesse veduto la bandiera italiana issata sulle navi inglesi qualora queste si fossero consegnate intatte a una nostra base.

Poiché nelle file dei monarchici si cercherebbe invano qualcuno che abbia gioito delle sciagure della Patria, mi piace come monarchico ricordare che il gentiluomo del brivido, ai primi del giugno '46, non appena fu conosciuto l'opinabile esito del referendum istituzionale capeggiò alla Spezia una dimostrazione di folla inneggiante alla Repubblica, con relativo corteo di bandiere rosse.

Qualunque evento preparasse il domani, costui scongiurava ogni più lontana possibilità di far la fine degli ufficiali zaristi che nell'ottobre 1917 i marinai di Kronstadt gettarono nelle caldaie. La tremebonda superstizione della incalcolabile superiorità del nemico era velenosamente alimentata dall'antifascismo professionale anelante alla successione mercé la disfatta.

In Italia si ignorava in basso e si fingeva di ignorare in alto che l'Inghilterra dei secoli XVI e XVII aveva iniziato la sua ascesa affrontando le grandi Potenze marittime del tempo con forze proporzionalmente molto inferiori a quelle di cui nel 1940 noi disponevamo rispetto ad essa. E gli inglesi avevano allora vinto effettuando azioni audacissime, molto simili, in relazione ai tempi, alle azioni dei nostri mezzi d'assalto.

265.000 tonnellate di navi affondate o danneggiate furono l'opera di poche decine di ardimentosi, e la cifra da riferire quasi interamente al tempo in cui, esaurita la sorpresa, le misure protettive del nemico avevano enormemente aumentato le difficoltà degli operatori, a non parlare del rischio che era l'elemento stesso in cui questi agivano dà una idea di ciò che si sarebbe potuto ottenere con una diversa impostazione dei nuovi mezzi e mettendoli in atto su larga scala nell'ora stessa dell'entrata in guerra. Lei ne parla in un paragrafo: Quel che si sarebbe potuto fare e non si fece. Ma se i Suoi marinai erano i "vèliti del mare", lo Stato Maggiore Generale (ivi compresa Supermarina) era una tartaruga terragna.

Aristocrazia delle armi

Eroismo: è una parola di cui è stato fatto grande abuso, e bisognerebbe, come poche altre, pronunziarla di rado. L'eroe è una delle più alte incarnazioni dell'umanità. Egli soltanto getta lontano da sé ogni sostegno esterno e rimane solo. Liberamente assume un compito integrale, e l'idea che lo guida non potrebbe essere più semplice: chi ha cuore deve darsi completamente.

Tutti gli altri sono approssimazioni o richiami a ciò che dovrebbero essere, le loro virtù sono iniziali e incomplete, in misura maggiore o minore essi cercano la forza fuori di sé o in eccitazioni artificiali. Essendo dotato di un solido equilibrio, l'eroe è lontanissimo da quella malattia dei nervi e del cervello che è il fanatismo; egli non è neppure l'avventuriero o lo sbandato o l'esteta che nella guerra apprezza l'imprevisto il sussulto il brivido, come un palato guasto avido di droghe; e nemmeno il disperato a cui non resta più nulla da tentare e vuoi riabilitarsi con la bella morte.

L'eroe è essenzialmente un uomo sano, un uomo interamente sano. Non ha affatto lo "sprezzo della vita" che stoltamente le motivazioni di ricompensa gli attribuiscono;. la vita, apprezzata da lui tanto da innalzarla da fatto fisico a condizione spirituale, non la pone a rischio se non a ragion veduta per una posta che ne valga il prezzo. Egli ama infinitamente la vita perché ne conosce il valore e ad essa è unito anche: da dolci fortissimi vincoli, ma sa che il suo pregio risiede tutto e soltanto nel contenuto di cui ognuno la riempie.

Eroi, in questo intrinseco significato della parola coniata dalla civiltà classica, sono gli ufficiali e i marinai della Decima, stupenda schiera di giovani riunita intorno al suo Capo. Discendente del più antico sangue italico è questi, genuino interprete di quella che fu nei secoli la funzione della grande aristocrazia. Oi áristoi, " i migliori ", sono i seguaci ch'egli assume alla propria nobiltà qualunque sia la nascita loro; e se manca la simbologia dell'investitura cavalleresca, non ne manca lo spirito, poiché il colloquio o esame morale a cui il Comandante sottopone il volontario prima di accoglierlo nella Flottiglia - e al quale Lei dedica nel libro una interessante pagina - corrisponde puntualmente all'interrogatorio a cui nell'età feudale l'Anziano sottoponeva l'iniziato prima di accoglierlo nella Cavalleria: " Per quale scopo vuoi tu entrare nell'Ordine? Cosa ne speri? Cosa cerchi?... "

E non mancava la " vigilia d'armi ", sotto forma d'un lungo severissimo addestramento, d'una ferrea disciplina interiore, ove la vestizione con il mantello rosso simboleggiante il sacrificio ritornava nella prontezza a coprirsi del proprio sangue.

Il libro è un catalogo di eroi e delle loro imprese, libro di storia, scritto con stile militare, senza adescamenti e senza arabeschi letterari, nudo semplice incisivo, ed è la più importante pubblicazione comparsa da noi dopo la guerra. Importante in Italia per il suo valore nazionale e all'estero come smentita a quanti si arbitrano di colpire le nostre armi con una troppo frettolosa squalifica. Il fatto che esso abbia trovato fra noi tanti lettori indica che la narcosi spirituale in cui il paese viene mantenuto non è totale e definitiva.

" Libro ascetico della giovane Italia " potremmo chiamarlo, e se ne avessi l'autorità io ne farei un testo di lettura per le nostre scuole secondarie. Testo adottato nelle Accademie di Marina sovietiche esso è divenuto, segno che in alcune cose i bolscevichi sono molto più intelligente di noi.

Si trovano in queste pagine i continuatori di Randaccio Zalco Míani Baracca Scintu Rossetti Paolucci Rizzo, e come già essi, così ciò che animò Bosio Carabelli Falcomatá Giobbe Moccagatta Pedretti Tesei Todaro Visentini e i loro compagni caduti o superstiti fu una incrollabile fierezza, fu un amore ínesausto.

Gli eroi non sono una creta su cui qualunque segno possa venir impresso o cancellato, e nella sua autonomia profonda l'amore non può venir regolato con un alternatore e volto a piacimento verso mete opposte. Esso non ha la natura dell'acqua che cerca la pendenza o ristagna, ha la natura del fuoco che si volge all'alto pur " se mille fiate violenza il torza ".

Per nostra sciagura da noi " l'amore non è amato ", è anzi, da chi non lo comprende, odiato.

Ma chi volle punire l'amore compì una rovina irreparabile, perpetrò contro l'anima un delitto che getterà la sua ombra sopra intere generazioni.

Il tenente Attilio Bonvicini

Ho detto che quel mio intervento nel Suo processo, compiuto nel solo modo che mi era consentito, fu mosso dall'amore per la Giustizia senza aggettivi, ed era un amore reso in me più vivo da un anteriore casuale incontro con alcuni giovani del Battaglione Lupo, l'ultimo reparto italiano che nei giorni dello sfacelo si arrese al nemico, dal quale ricevette l'onore delle armi.

A Torino nel novembre del '44 recandomi al Mauriziano a trovare un amico di recente operato avevo conosciuto un giovane ufficiale suo compagno di camere ferito, a una, gamba, il tenente Attilio Bonvicini di Trento. Con la mia vecchia pratica d'ospedale e di feriti, al primo sguardo notai che il suo braccio sinistro era affetto da paresi, con limitazione dei movimenti del polso e delle dita, e poiché si trattava di una lesione da tempo consolidata, con quell'invalidità, che lo rendeva inabile al servizio militare, egli doveva essere tornato in guerra e in un secondo tempo aver riportato la nuova ferita, scheggia alla gamba destra, della quale era allora degente.

Questo fatto bastava a destare il mio interesse, ma il volto del giovane non era meno eloquente della sua storia riassunta dalle ferite, perché egli aveva quella bellezza che la natura concede solo ai suoi privilegiati, come persuasa a un necessario compimento di perfezione, aggiungendola alla vaghezza austera che imprimono tra ciglio e ciglio l'intensità dell'anima e il rovello del pensiero. Affilati dalla lunga costrizione all'immobilità erano i lineamenti purissimi, e nelle orbite incavate i suoi occhi ad ora ad ora trasparenti o scuri avevan acquistato la paziente bontà che si affina tra capezzale e sala di chirurgia, mentre le brune palpebre conservavano il piglio soldatesco delle volontà rettilinee.

Poiché mi recavo al Mauriziano quasi ogni giorno e quando non vi erano altri visitatori la conversazione si svolgeva a tre, la nostra relazione ebbe tempo di farsi intima e seppi di lui ciò che fin dal principio avevo intuito. Aveva ventitré anni, era iscritto alla Facoltà di Magistero a Venezia e da quattro anni si trovava alle armi.

Oltre le ferite visibili, riportate la prima in Albania, la seconda in Italia, aveva, dall'Albania, una scheggia penetrata dall'incavo della clavicola nel pericardio, che lo classificava grande invalido.

L'immediato futuro escludeva in lui ogni pensiero del futuro lontano e i relativi problemi, ma io sentivo, che un giorno il suo animo sarebbe conteso fra l'appello sociale d'una vita attiva e la vocazione agli studi metodici e alla conversazione coi Grandi che attraverso i secoli compirono il tentativo di umanizzare l'uomo. Come per Mameli Dandolo Morosini e i loro giovani compagni della difesa garibaldina di Roma, come per Borsi Serra Locchi nella prima a guerra mondiale, nature votate alla poesia e capaci di trasferirla nella vita, le armi erano per Attilio il mezzo messogli nelle mani dall'ora del tempo per una idea di giustizia che lo penetrava senza residui e che, finita la guerra, egli avrebbe servita in altri modi sino al suo ultimo respiro.

Giovinezza senza macchia e senza paura

Intorno al suo letto trovavo spesso un gruppo di suoi compagni d'armi, tutti giovanissimi, fra i diciassette e i vent'anni, ragazzi al loro primo servizio militare. Mi sembravano miei scolari del liceo, improvvisamente cresciuti di statura nella divisa di soldati, e mi sembrava strano di non doverli interrogare sulla lotta delle investiture o sulla prova ontologica di Sant'Anselmo, ma di interrogarli sui loro singoli drammi, che erano parte del dramma italiano. Qualcosa li accomunava che non era soltanto nell'età e nella personale educazione di cui nessuno d'essi era privo, un medesimo lievito che insaporiva le loro anime e faceva limpido e fermo il loro sguardo, una stessa aura come di neofiti d'una religione appena rivelata. Giovinezza senza macchia e senza paura, floride spighe italiane cresciute per la falce della Storia.

In quel tempo esercitavo nella Resistenza funzioni di tramite fra alcuni reparti delle formazioni autonome e il C.L.N. torinese, e avevo frequenti contatti col Presidente di questo Paolo, il professore Paolo Greco della nostra Università.

Quei volontari erano miei nemici: ragazzi della X Mas.

Non so quale innocente dolcezza si accompagnava alla loro volontà di morire. Non desideravano se non il momento, in cui il loro Battaglione fosse rimandato in linea per morire; e odiavano il Comando tedesco che li aveva temporaneamente assegnati alle retrovie. Erano poco teneri anche verso il Governo di Salò, ecclissato dal Comando tedesco. Nessuno di essi sperava più nella vittoria germanica, ma questa evidenza aveva semplificato il loro problema. In una spaventosa selva di difficoltà ideologiche morali e pratiche avevano scoperto la soluzione più semplice e sbrigativa, che li liberava da ogni dubbio e da ogni quesito. Il cuore aveva preso il posto del cervello e gli prescriveva la propria legge.

Vi era una parola alla quale, udendola e pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto, come nel credente a cui si tocca il dogma supremo: l'onore. Per l'Onore. L'onore dell'Italia aveva subito una frattura che solo il sangue avrebbe potuto cementare, e offrivano il loro. Quell' onore era sentito come un impegno personale; esso esigeva una personale espiazione. Anche le parole espiazione e redenzione tornavano spesso sulle loro labbra.

Io volevo salvarli. Mi angosciava il pensiero della fine verso cui quelle fiorenti creature della mia terra precipitavano e che per molti di essi non sarebbe stata la vagheggiata morte in bellezza. E parlai loro con l'intento di staccarli dal loro reparto, di strapparli alla loro strenua follia. Non potevano negarmi il patriottismo, neppure quel particolare patriottismo a cui essi erano più sensibili e che si commisura alle cicatrici. Volevo acquistare la loro fiducia e con cautela graduavo le mie parole. Mi ascoltavano in silenzio. Si risentivano scolari dinanzi al maestro esperto a cercar l'anima dei giovani, a suscitare nelle loro menti la soluzione delle difficoltà. Ma la posta in gioco era ben altra che la critica della ragion pura. Mi seguivano, ma quando avvicinavo qualche punto della loro dogmatica avvertivo una rispettosa addolorata resistenza. Se un argomento li rendeva perplessi si volgevano al comandante del loro plotone, Attilio, e una sua parola bastava a distruggere la mia opera paziente. Allora ripiegavo per non compromettere la battaglia, determinato a riprendere domani le operazioni d'approccio.

Con essi volevo salvare Attilio. Volevo salvarlo per l'Italia, che è povera di anime religiose capaci di liberamente prescriversi una disciplina severa come la regola monastica e ferma come la regola militare; egli apparteneva alla razza trentina dei Battisti dei Chiesa dei Filzi; riconoscevo in lui una di quelle coscienze cristalline che non concedono nulla alle circostanze e cercano nell'interiorità più profonda i motivi dei propri atti, uno di quei rari spiriti chiamati da Cristo il sale della terra. Il primo confitto mondiale mi aveva insegnato che le convulsioni di ogni dopoguerra, simili ai movimenti incomposti d'un organismo leso nei centri nervosi, dipendono in misura notevole dalla terribile selezione delle battaglie, dalla falcidia di valori spirituali che un popolo subisce con la scomparsa della sua migliore giovinezza.

Un'ora decisiva della nostra vita

Un pomeriggio agli ultimi di novembre in cui il gruppo era al completo mi intrattenni più a lungo con i miei giovani amici. Bisognava prima di tutto che io riuscissi a eliminare ogni sospetto di pusillanimità dal gesto che chiedevo loro. Le bianche pareti della stanza, la nebbia che premeva alle finestre ci isolavano dal mondo. Lo strazio della Patria, presente nelle carni di Attilio, riempiva i nostri cuori. E l'anima della Patria aleggiava su noi, evocata e fatta sensibile del nostro dolore, oltre la tragica antitesi che, impersonavamo, oltre le, due immagini che di lei ci venivano offerte, entrambe, stravolte e irriconoscibili.

Sentivamo tutti di trovarci a un'ora decisiva della nostra vita, e nessun pensiero della nostra sorte particolare sussisteva, come negli attimi supremi che tutti avevamo sperimentato, quando ammassati nella trincea si abbassa il sottogola e si toglie la sicurezza alle nell'imminenza del segnale.

La mia parola aveva fin ente presa su quei fanciulli, incrinava la loro certezza, schiudeva ai loro occhi orizzonti più vasti. Traendola da tutto il suo passato prospettai loro la visione dell'Italia nella concretezza delle sue zolle ubertose e delle sue morbide marine, delle tombe auguste e delle culle respiranti; e quell'immagine proiettai verso il futuro patrimonio d' ineguagliata nobiltà che l'alterna vicenda delle umane sorti non poteva né distruggere né menomare, e per il quale occorreva a noi l'ardente coraggio di vivere. Fiducioso del mio successo vibrai l'ultimo colpo conchiudendo: " Viene l'ora in cui per uno Stato non esiste altro onore che non sia l'intelligente difesa dei propri interessi ".

Con volti smarriti i ragazzi si volsero al loro comandante. Attilio aveva ascoltato senza interrompere, sollevato nel letto, con la mano sinistra sul petto, la nuca appoggiata ai guanciali e gli occhi chiusi. Il suo profilo pareva ricavato in un blocco di alabastro, la sua fronte splendeva come neve.

" Lo Stato, quando c'è - egli disse lentamente senza aprir gli occhi - faccia quel che deve e può; ma, per i singoli, onore è sottrarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita ".

I ragazzi ripresero il fiato e il colore. Nel silenzio che seguì la mia sofferenza si acuì in spasimo. Dopo una breve pausa aggiunse: " Il nostro sacrificio è necessario per riscattare colpe che furono commesse. Così vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato ".

Egli non sapeva di pronunziare, dopo cento anni, le parole di Attilio Bandiera alla vigilia della fucilazione.

Alcuni giorni dopo Attilio venne a salutarmi. Le sue ferite erano da poco rimarginate e si reggeva appena. Sotto la mantellina aveva la mano sinistra infilata nella giubba. Partiva l'indomani col suo Battaglione per raggiungere il fronte della Romagna. Sapevamo entrambi che non ci saremmo più riveduti. Lo abbracciai, e la parte di me più giovane e viva lo invidiava ardentemente.

Egli fu ferito in uno degli ultimi fatti d'armi sul Senio, quando gli Angloamericani compirono la definitiva avanzata. Passò attraverso vari ospedali e da ultimo in quello di Merano. Chi è stato ferito grave sa che esiste un momento nel quale il vivere o il morire dipende da un atto di volontà. Attilio volle morire. Egli si spense dopo una lunga agonia il 20 luglio.

A Torino agli ultimi di aprile i Volontari presenti al Deposito della Decima, stanziati nella caserma Monte Grappa, continuarono i servizi ai quali erano assegnati, e dopo che dietro promessa della vita ebbero consegnate le armi, vennero giustiziati in massa. Subirono la fucilazione schierati sull'attenti gridando ad una voce: Viva l'Italia!

Alcuni altri dislocati altrove furono risparmiati e con un gran numero di altri giovani appartenenti a vari corpi vennero ammassati in un terreno attiguo alla caserma Monte Grappa, entro una cinta di reticolato. La folla assiepata intorno urlava ingiurie e minacce.

" Pensate a Trieste, che è molto più importante! ". Passando udii questo grido, vidi il giovane, con la divisa della Decima, che lo aveva lanciato, e non potei non pensare che in quei giorni di imbandieramento e di festa., nessuno dei miei antichi compagni di lotta antifascista e nessuno dei miei nuovi colleghi nelle cariche del governo provvisorio aveva un pensiero per la frontiera orientale, le Colonie, gli interessi permanenti del Paese.

Ma quei ragazzi esposti, in attesa della fucilazione o del campo di concentramento, al ludibrio della folla si ricordavano della nostra frontiera ed erano i soli italiani che in quel momento fossero ancora pronti a combattere per salvarla all'Italia.

Incontro di due Italiani

Io pagherei qualunque prezzo, caro Comandante, per aver assistito al dialogo tra Lei e Attilio, quando si presentò al Suo Comando per arruolarsi nella X Mas rinascente sulla terra dopo che il mare era stato abbandonato al nemico.

Era l'ultimo tentativo ch'egli compiva. Nel funesto settembre aveva lasciato il Convalescenziario dei grandi invalidi di Stresa e aveva bussato a tutti i comandi delle nascenti Forze Armate della Repubblica Sociale. Tutti, con commosse parole di elogio, lo avevano respinto. Non occorreva infatti essere medici per capire l'impossibilità di mandare alla guerra un uomo in quello stato. Certo un uomo comune anche in uno stato meno grave non avrebbe potuto andare alla guerra. Ma Attilio poteva andarvi e adempiervi integralmente la parte sua.

Anche un mutilato d'una gamba non può andare al fronte, ma Enrico Toti poteva andarvi.

Lei comprese quella adamantina volontà di olocausto e accolse Attilio nella Decima. Rabdomante della virtù virile, abituato da tempo a penetrare attraverso lo sguardo la consistenza delle anime nel corso dell'esame morale sui volontari che si presentavano alla Flottiglia, per la selezione necessaria ai tremendi compiti che li attendevano, Lei comprese che in Attilio lo spirito avrebbe supplito a qualunque deficienza fisica.

E comprese che, una volta assunto, non poteva tenerlo per una funzione simbolica in un deposito, ma. doveva mandarlo a contrastare con le bombe a mano l'avanzata degli Sherman, avendo alle spalle le fucilate dei fratelli partigiani e sul capo l'ombrello dei Liberators americani e degli Spitfire della R.A.F.

Attilio era uno di quelli che assicurano con la sola loro presenza l'efficienza d'un settore, pur se la truppa non è della qualità degli uomini della Decima.

Anche nella guerra, come in altre circostanze, esistono strade larghe fatte per la moltitudine e sentieri vertiginosi su cui si avviano gruppi esigui o uomini isolati. Gli ignari hanno difficoltà a intendere ciò, perché sembra loro che l'uguaglianza del rischio generi un'uguaglianza di valori; ma il momento più nobilmente democratico della vita associata, che pone sulla stessa linea o chiude nello stesso scafo il ricco e il povero, il principe e il popolano, è anche il momento che più d'ogni altro dispiega l'infinita gamma delle diversità umane.

Con buona pace degli ultrademocratici malati di egualitarismo, bisogna dire che gli uomini non sono tutti uguali ma tutti diversi.

Certo il dialogo fra voi due non fu lungo, e fissato il punto dell'assunzione volse esclusivamente su questioni pratiche. Quando vi separaste, Attilio aveva trovato il suo Capo, Lei aveva trovato il più eroico dei Suoi Volontari.

E certo, dopo averlo congedato, pur prevedendo l'ineluttabile epilogo dell'opera a cui si era accinto, Lei sentì confermarsi nel cuore la Sua fede nella profonda Italia.

Volontari del 1915

Caro Comandante, fra pochi giorni si compirà il quarantesimo anniversario del 24 Maggio, e non vedo modo più degno di commemorare la data se non rievocando con Lei la figura di Attilio Bonvicini e avvicinandola a quella lontana primavera.

I miei compagni ed io, corsi quel giorno ad arruolarci soldati di Fanteria, eravamo poco più che fanciulli. Nel terrore di non arrivare in tempo ci rifiutammo di attendere il corso allievi ufficiali - il corso lo avremmo fatto al fronte - e fin dal giugno raggiungemmo i corpi mobilitati.

Ancora adolescenti, ma ci sentimmo fatti subitamente uomini quando avanzando nella pianura veneta o risalendo le valli avvertimmo un confuso brontolio di tuono, quasi un lontano sbattimento di coltri; quando, più innanzi, vedemmo sbocciare nella purezza dell'azzurro repentini cirri bianchi, presto dissipati dal vento e rinnovantisi a mazzi come effimeri fiori nel cielo.

O palpito profondo quando, giunti alla linea, ci fu indicata, in un profilo di colline bruno contro il limpido stellato la posizione del nemico!

Un dolce ondulamento di colline come ne avevamo visti tanti, eppure diverso da ogni altro per l'arcano potere che emanava nell'ombra e che faceva lievitare le nostre anime.

Eravamo vibranti di forza chiusa e di volontà raccolta.

Eravamo ebbri d'amore, pronti a comunicare con la nostra terra attraverso le nostre vene lacerate, a immedesimarci nella nostra terra con la comunione del sangue, che chiazza la petraia, che è assorbito dalla sabbia del greto, che imbeve la zolla, che la dolce erba cela e ne infoltisce.

Sentivamo nella nostra ebbrezza che combattere è allargare il proprio animo e il proprio volere ad animo e volere della Patria, che morire è fondersi in lei e nelle sue geniture ancor non nate, per sempre.

Non sentivate così anche voi marinai? Anche il mare è la Patria come la terra con i suoi monti, con i suoi piani, con i suoi laghi, con i suoi boschi stormenti; Patria è per voi il mare sotto la brezza e sotto la raffica. nell'ora di bonaccia e di fortuna, e quando vi svenate facendo macchia tra i rottami nell'altelenio del flutto o arrossate le ribollenti schiume non sentite forse di darvi per amore a questo elemento della Patria?

Sì, Trento Trieste l'Istria il Brennero, tutto l'arco di frontiera segnato dalla parola di Dante con la fermezza d'una catena di montagne; sì, un più libero respiro nel Mediterraneo, la sicurezza nell'Adriatico e un più sicuro accesso agli oceani, ma insieme fare dell'Italia una madre meno povera per la povertà dei suoi figli, ottenere che gli italiani non fossero più dagos sbarcati a Santos come bestiame, che non fossero più massacrati nelle saline di Aigues Mortes né in qualunque parte del mondo dileggiati e percossi; sì, farci padroni delle porte di casa nostra e convertire finalmente in diritto storico il diritto naturale a possedere quanto ci è necessario alla vita, ma insieme smentire una volta per sempre le secolari ingiurie della terra dei morti, dei vermi della carogna latina, del les italiens ne se battent pas, dei mandolinisti e dei macaronì.

Quale più alto scopo potevamo proporre alla nostra giovinezza se veramente amavamo i nostri fratelli? Non valeva esso il prezzo della nostra vita?

Il coraggio non era difficile. Dopo il primo guizzo di stupore che mozza il fiato a vedere che si fa sul serio, che si uccide, si muore, a vedere la sproporzione fra la struttura del corpo umano e la potenza del ferro e degli esplosivi, dato un energico strappo alla volontà veniva anzi un particolare gusto sentendosi franchi al gioco, quasi una contenuta ilarità che crepitava dentro come un fascio di scintille; senza contare che, a fatto compiuto, la coscienza di aver sostenuto bene la propria parte dava una delle più grandi soddisfazioni che uomo possa provare.

Ma prima del sangue noi conoscemmo il sudore, prima dell'ebbrezza la fatica, e la denominazione della medaglia concessa dopo un anno di campagna, " per fatiche di guerra ", non avrebbe potuto essere più giusta.

Quello che si chiamò il fronte, lo schieramento stabilizzato anche da noi come negli altri scacchieri ed esteso dallo Stelvio a Monfalcone, rete continua di trincee camminamenti, ricoveri reticolati caverne postazioni posti di vedetta osservatori strade d'accesso, attraverso i terreni più impervi, tutte quelle centinaia di chilometri di scavi in terra e in roccia fu l'opera compiuta, quasi ovunque sotto il tiro del nemico, dai soldati giunti per primi sul teatro, delle operazioni. Le nostre mani di studenti si indurirono sugli attrezzi e si abbronzarono al sole.

In nessun momento la guerra fu comoda, grandi lavori furono necessari sino alla fine; ma chi giunse lassù a campagna inoltrata trovò il fronte già formato nella sua ossatura, come una casa che abbia i suoi muri maestri e il suo tetto, trovò le strade le mulattiere e i cammini coperti per giungere alle posizioni, trovò batterie numerose, ogni pezzo appostato e riservette in caverna, trovò centri di rifornimento provvisti, treni di autocarri e colonne di salmerie che compivano giornalmente i trasporti, trovò nelle zone montane equipaggiamenti adatti alla temperatura, trovò nelle trincee una truppa esperta del combattimento moderno e potè valersi di quella esperienza.

Le Undici Offensive dell'Isonzo

Nella sua rapida evoluzione tecnica e nel progressivo logoramento morale la guerra ebbe nei successivi periodi caratteri diversi, e i pochi che giunsero sino all'epilogo cominciando dalla campagna del '15 quando il conflitto richiese il maggior dispendio di sacrifici e di energie individuali, quando nella deficienza dei mezzi non si poteva contare che sugli uomini, quando non esistevano elmetti né maschere antigas e si aveva una sezione mitragliatrici per battaglione, quando si scavavano le trincee con la vanghetta e il picozzino, quando importanti quote venivano conquistate senza preparazione d'artiglieria con le forze di un battaglione o di una compagnia, quando alle squadre ,di volontari mandati innanzi si assegnavano le pinze tagliafili e gli ufficiali guidavano l'assalto sguainando la sciabola, conservano fra tutti i combattimenti il ricordo più completo della guerra.

E quella ingenuità della sciabola dinanzi alla mitragliatrice, degli assalti a zaino affardellato e dei segnali di tromba in mezzo agli scrosci delle granate, ricollegò il maggio 1915 al '48 al '59 al '66, allorché gli ufficiali vestivano per la battaglia la grande uniforme e cingevano l'azzurra sciarpa di Savoia; noi eravamo i nipoti dei soldati di Goito e di Palestro di San Martino e della Bezzecca; il Risorgimento si continuava e si compiva non solo come evento storico ma anche nelle forme date alla lotta dalla nostra inesperta generosità e subito abbandonate perché anacronistiche. Quel giovane sangue versato in vista delle nostre vecchie bandiere reggimentali testimoniò l'unità della nostra storia e delle sue ragioni ideali.

Tuttavia non al principio noi sopportammo le maggiori difficoltà. Al principio avevamo le nostre energie nervose íntatte e nessuno sforzo o rischio ci trovava impreparati.

Non parliamo dell'entusiasmo il secondo giorno ogni buon combattente mise da parte l'entusiasmo come un mazzo di fiori ingombrante con un pesante equipaggiamento. Non appena giunto in linea ognuno di noi comprese che la guerra era una cosa tutta diversa dall'idea lirica ed edificante che ce ne eravamo fatta sui libri e nelle piazze; al primo urto, non col pericolo, il quale può essere un tonico dello spirito, ma con le fatiche i disagi le sofferenze le privazioni comprendemmo che bisognava fare appello alla sola forza che valga a compiere le grandi imprese: la volontà; e l'entusiasmo sta alla volontà come una blindatura di legno dolce sta a una blindatura di cemento. La volontà è in un uomo ciò che in un albero è il tronco, e l'entusiasmo è la fronda che si muove a ogni alito. Il concetto del Dovere ha bisogno di appoggiarsi su una cosa salda, e chi è tutto fronda non può resistere alla grande guerra regolare.

Occorre aggiungere che la trincea è la più logorante ed estenuante forma di lotta che esista, una mortifera inerzia che tra due fatti citati dal Bollettino limava giorno per giorno i nostri nervi.

E certo non si poteva tornare indietro, per rispetto di noi stessi e perché la durata non mutava il nostro Dovere, ma era altrettanto vero che lo stesso istinto ci riattaccava tenacemente alla vita dopo scampato il rischio mortale.

Nel '916 nessuno più tra gli anziani desiderava, come qualcuno aveva desiderato l'anno prima, il combattimento. Non si parlava nemmeno più di combattimento, si parlava di azioni: Di diverso c'era da parte nostra un impiego di maggiori masse e da parte del nemico uno spiegamento enorme di artiglieria e di mitragliatrici. I giorni dell'azione erano un uragano: tra gli schianti atroci la terra sembrava perdere la sua consistenza e trasformarsi in un mare burrascoso. Vi sono battaglie nelle quali è una combinazione restare colpiti, nelle nostre era una combinazione restare illesi. E si andava, materialmente si faceva come le prime volte, meglio perché si aveva più pratica, ma l'animo era diverso. Si cominciava a sentirsi consumati dentro.

Chi ricorda più le Undici Offensive dell'Isonzo?

Da quando si è preso a celebrare le sconfitte, sembrano divenute più lontane dallo spirito degl'italiani che le battaglie dell'Iliade.

Nominiamole almeno una volta, caro Comandante, per chi le ha dimenticate e per chi non le ha mai udite:

1915: Castelnuovo del Carso, San Michele, San Martino del Carso, Oslavia.

1916: Tolmino, Gorizia, Comen, Vippacco, Faiti.

1917: Hermada, Bainsizza.

E nominiamo le battaglie dei settori montani: Monte Nero nel giugno e Col di Lana nell'ottobre del '15; battaglia del Trentino nel maggio-giugno '916 con le Termopíli d'Italia: Passo di Buole, Coni Zugna, Zugna Torta, Pasubio, Vallarsa, Val d'Astico, Valsugana; nel giugno '17 Ortigara e nel novembre-dicembre Monte Grappa, mentre in pianura si bloccava l'avanzata del nemico sul Piave, vena coronaria della Patria, dove si sarebbe compiuta la riscossa del Solstizio e donde sarebbe partita, il 24 ottobre anniversario di Caporetto, la rivincita risolutiva consacrata nell'ultimo Bollettino: " La guerra contro l' Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S. M. il Re, Duce supremo, l' Esercito Italiano... " parole che non dimenticheremmo neppure se ci fosse frodato tutto il Veneto e il confine fosse retrocesso all'Adige.

La corazza della Volontà

Sul fronte della Terza Armata, dal Sabotino al Timavo per un'estensione di 22 chilometri in linea d'aria, si combatterono in 29 mesi 14 grandi battaglie e 120 Minori azioni di guerra, che ci costarono 180 mila Caduti e 440 feriti.

Sul Carso avemmo azioni nelle quali tre quarti delle forze d'un battaglione e tutti gli ufficiali furono messi fuori combattimento; il reparto moveva all'assalto al comando d'un maggiore, finita la lotta i rimasugli delle quattro compagnie si trovavano al comando d'un sergente. Dopo aver vissuto giornate simili si capiva come, preparandosi alla battaglia, gli ufficiali inferiori considerassero la ferita come l'eventualità più fortunata. Per chi si trovava continuamente sotto il fuoco dell'artiglieria e a immediato contatto col nemico sperare di uscirne incolume era sperare il miracolo.

Naturalmente veniva la volta che si era colpiti, e se l'ospedale durava qualche mese, ritornando in linea si trovava il corpo, ufficiali e truppa, per metà rinnovato. Se, dopo esser passati in altri reparti, a un anno di distanza si ritornava al corpo di provenienza, dei vecchi si trovava ancora l'aiutante maggiore di Reggimento, l'ufficiale addetto al carreggio, due o tre subalterni; tutti gli altri erano nuovi; in compagnia era molto se si trovavano venti soldati dell'anno prima.

Il fatto è che molti nostri reggimenti nel corso della guerra subirono in morti e feriti perdite pari a quattro volte i loro effettivi normali, fatto che non ha riscontri nella storia militare.

Quasi tutti gli amici dei primi tempi erano morti o si trovavano in ospedale; ogni giorno si aveva la notizia di qualche amico caduto. Veniva la seconda ferita, e se era ancora intelligente, dopo l'ospedale e dopo un po' di licenza di convalescenza - il tempo di risentire il sapore della vita - si ritornava su, a riprendere il nostro posto. Al passaggio dell'Isonzo si rievocava con un sorriso il cartello che nell'autunno del '15 era stato messo in quel punto da qualche soldato psicologo: " Volete la salute? Passate l'Isonzo ". Una immobile sensazione d'ombra penetrava l'anima infilando curvi il camminamento di approccio; si bussava a uno sgabuzzino a metà interrato; ci si piantava sull'attenti davanti al Maggiore; si riprendeva la corazza della Volontà.

I " Termini sacri "

Nel '17 la nostra volontà non aveva più la potenza elastica del tronco, aveva la durezza asciutta della roccia. Nella stagione propizia il tronco porta la fronda, ma la roccia non alimenta neppure un filo d'erba. E in verità altro è affrontare la morte in qualche grande giornata campale che per il suo stesso carattere decisivo travolge gli spiriti con la forza d'una marea, altro è vivere a contatto con la morte per mesi ed anni facendo delle sensazioni e dei pensieri ad essa relativi una normalità da accogliere - come tutte le normalità - senza quegli slanci dell'anima che soltanto ore rare ed eccezionali possono evocare.

Ci si reggeva perché avevamo il nostro onore d'uomini tra uomini e di Italiani contro stranieri da difendere perché alle nostre spalle vi era l'Italia che soffriva sempre più, pallida e stremata, perché come Italiani e come uomini volevamo essere da più di loro e piegarli a qualunque costo, realizzando almeno il programma minimo prescrittoci dal nostro Re nel proclama del 24 Maggio: " piantare il Tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra ".

Ma ci sentivamo usurati fino all'osso. Tornando dalla azione graffiati contusi laceri, con le mani terrose e il capo pieno di ronzio, si pensava: " sarà per quest'altra volta ".

Traevamo la nostra superstite forza da due elementi in apparenza contraddittori; dalla approfondita coscienza che il nostro sangue era necessario per dare il moto, secondo l'immagine carducciana, al mulino della Storia, e dalla acquisita confidenza col nudo ambiente fisico, nel quale avevamo imparato a vivere come i nostri progenitori delle origini. Come a figli suoi la Natura ci apriva le braccia. La vita all'aperto ci aveva rivelato i cieli notturni, il sensibile moto delle stelle, la giustizia delle stagioni, l'affinità d'ogni creatura vivente, e ci aveva appreso a rudimentalmente trattare la materia per fini d'utile umano.

Conoscevamo i venti, e dalla forma e dalla direzione delle nubi argomentavamo il tempo. Come i padri dell'etàpaleolitica sapevamo il valore d'un fuoco di sterpi per ristorare le membra intirizzite, il valore d'un rio per detergere il sudore e la polvere, il valore del cibo e della bevanda dopo la fatica. Com'essi e come i poveri d'ogni tempo cercavamo il sole invernale e le ombre estive, una viola o un colchico prendevano il senso di annunzi fraterni, mentre i nostri amici provvidenziali, i muli delle salmerie, ci davano nella comune condizione l'esempio dell'onesto tenace impegno nello sforzo.

E venne il giorno che correndo nel fragore piombammo giù, fummo rapiti in un vortice d'ombra, credemmo di fonderci lentamente nella terra materna, poi di sprofondare in essa a ondate; ed erano gli ondulamenti della barella. Ed ecco, aprendo gli occhi a un acuto odore di etere, uomini in camice bianco erano intorno. Con immenso sforzo si alzava il capo per vedere cos'era successo

" Abbassi la testa " - ma quell'occhiata era bastata a capire che si era fuori uso, come dicevano i soldati, definitivamente.

Restava la fierezza di non essere stati inferiori alla prova imposta alla Patria dalla irrecusabile Storia; restava la coscienza di aver fatto tutto quanto potevamo per aiutarla nel suo arduo cammino.

Esortazione alla storiografia

Caro Comandante, gli avvenimenti degli ultimi decenni non hanno distrutto la mia fede nell'Italia e pur sempre credo che non sia estinta nel nostro popolo l'antica energia creatrice di civili armonie. Ma ho raggiunto l'età in cui l'uomo non guarda a un domani che non potrà raggiungere, e apprezza la virtù di rievocare il passato più del dono - o della presunzione - di vedere nel futuro.

La storiografia che fu a lungo la mia professione ufficiale è divenuta il mio amore superstite, e tra i problemi ad essa relativi m'interessa particolarmente quello della validità delle fonti.

Lei sa che da alcuni anni abbiamo l'Istituto Storico della Resistenza, con sede nelle principali città dell'Italia settentrionale, a cui vengono generalmente assegnati professori idonei all'ufficio, i quali conservano, sulla carta, la propria cattedra, che viene affidata a qualche supplente.

Il nostro è invero uno strano paese dove chi riesce a farsi assumere nei ruoli dello Stato, cioè entra in " pianta stabile ", ha cento modi di riscuotere lo stipendio senza far nulla o facendo blandamente cose inutili; sicchè solo gli sforniti di fantasia adempiono pazientemente il compito per il quale vennero assunti. Gli altri si fanno dai rispettivi Ministeri assegnare un " comando " o un " incarico " in uno degli organismi all'uopo esistenti, e vi restano quiescenti, ossia in placida quiete, fruendo degli " scatti ", quadriennali e dei passaggi di grado ogni due " scatti " e partecipando per solidarietà agli scioperi dei colleghi, sino alla maturazione del diritto alla quiescenza, il cui limite minimo è diciannove anni sei mesi e un giorno.

Il suddetto Istituto si aggiunge agli altri angoli morti di cui le pubbliche amministrazioni abbondano.

Alcune ampie stanze decorosamente arredate in un antico palazzo, già adibito a istituzioni culturali, un titolare di ruolo A una segretaria di ruolo B un inserviente di ruolo C, telefono riscaldamento assegnazione speciale per l'acquisto di libri e riviste: complessivamente un mazzetto di milioni all'anno sborsati dallo Stato per ogni sede, ove funzione del titolare è lavorare di pantografo su alcune cose, di micrografo su altre.

Chi pensasse che a un certo momento codesti comandi o incarichi dovrebbero cessare per esaurimento della materia prima, che l'Istituto dovrebbe chiudere i battenti dopo aver consegnato il tutto alla Biblioteca Nazionale e che il titolare dovrebbe ritornare alla sua cattedra originaria, non conosce il nostro Paese tanto più conservatore quanto più progressista.

Possiamo esser certi che fra due o trecentanni, pur se i più violenti cicloni distruttori e creatori saranno passati sulla nostra terra e quando salvo gli storici di professione nessuno più saprà il significato attribuito durante la seconda guerra mondiale alla parola resistenza, l'Istituto Storico della medesima sarà vivo e verde, con le sue varie sedi fornite di titolare segretaria inserviente telefono riscaldamento e assegnazione speciale.

Consapevole di questa fatalità, quale contribuente e anche se la temperie mutasse nel nostro cielo totalmente, io mi opporrei con tutte le forze alla creazione d'un Istituto Storico della Repubblica Sociale.

Ciò non toglie che, nei riguardi militari che ho soprattutto a cuore, uomini e fatti di quel periodo debbano venir sottratti all'oblio. Poichè furono nella Storia, debbono trovarsi anche nella storiografia.

Lei ha scritto il racconto della Decima del mare durante la guerra regolare; ora deve scrivere quello della Decima terrestre nella fase più tragicamente difficile del conflitto.

Sarà un libro oggi non pubblicabile, ma deve scriverlo per il popolo italiano futuro.

Dal momento che i Pabli i Pedri i Bozambi i Billi i Gemisti hanno i loro storici stipendiati, abbiano i soldati, i quali sino all'estremo nelle condizioni più disperate sostennero la lotta testimoniando d'una tenace vitalità dell'anima italiana, uno storico senza stipendio. Sarà questa una ulteriore garanzia di onestà narrativa.

Le lotte affrontate dal Battaglione Barbarigo nel settore di Anzio, dal Lupo sull'Appennino bolognese e quindi sul Senio dove lo raggiunsero il Freccia, il Gruppo Artiglieria Colleoni e il Battaglione portante il nome del Suo glorioso sommergibile Scirè; l'azione del Valanga, del Sagittario, del Battaglione Nuotatori Paracadutisti e degli altri corpi che sulle Alpi Occidentali preservarono il Piemonte dalla calata dei senegalesi; le prove date dai distaccamenti locali San Giusto a Trieste, dalle Compagnie D'Annunzio a Fiume, Nazario Sauro a Pola, Adriatica nelle isole di Lussinpiccolo e Veglia; la resistenza dei presidi della Venezia Giulia i quali anche dopo la ritirata dei tedeschi continuarono a contrastare il terreno al IX Corpus di Tito e furono sterminati; i combattimenti del battaglione Fulmine che immolandosi nella Selva di Tarnova salvò Gorizia dalla occupazione slava, tutti questi fatti d'armi in cui i giovani della Decima si misurarono, come i Garibaldini a Mentana, " in cinque contro venti " sono un patrimonio ideale che dev'essere conservato all'Italia, come è conservata la documentazione monografica della guerra regolare nelle sue campagne d'Albania, d'Africa Orientale e Settentrionale e di Russia, nelle quali il soldato italiano, pur tradito dalla fortuna e non soltanto dalla fortuna, fu all'altezza delle sue tradizioni, e come si conserva il ricordo dei Gruppi di Combattimento che parteciparono con gli Alleati all'attacco della Linea Gotica.

Codesto patrimonio ideale non può considerarsi cancellato dagli episodi di una trista cronaca, dalle spiegabili ma non giustificabili violenze a cui nel barbaro scambio delle rappresaglie taluni di quei reparti si abbandonarono quando vennero assegnati all'ingrato compito di presidiare le retrovie contro l'azione partigiana; e d'altronde un indiretto riconoscimento alla Decima venne dal Sud col tentativo di stabilire con essa accordi relativamente alla difesa della frontiera orientale, segno che sugli interessi permanenti del Paese il Governo del Re nutriva preoccupazioni del tutto ignorate per contro dagli uomini del CLNAI felici di vedere gli slavi avanzare sul nostro suolo.

Nè può dimenticarsi la presenza dei superstiti mezzi sul mare nel corso dei Venti mesi, con le perdite da essi inferte al naviglio angloamericano nelle acque di Nettuno e nei porti della Francia meridionale, e con l'epilogo del 24 aprile, quando, onorando il principio etico il quale prescrive che i mezzi d'assalto non debbano cadere in mano nemica nè possano venir distrutti dagli equipaggi, si lanciarono in massa contro le navi avversarie per subire combattendo la distruzione totale.

Sono certo che il secondo libro, che attendo da Lei come italiano e come cultore di storiografia, quando potrò venir diffuso non lascerà indifferenti i nostri giovani il cui cuore non sia soltanto un organo fisiologico.

La Storia assorbe nel suo alveo le dialettiche opposizioni da cui si genera il suo divenire e la maturità di un popolo si rivela anche nella prontezza ad accogliere tutti gli elementi vitali del suo passato. Come a Whitehall, le statue di Cromwell e di Carlo I, il ribelle dittatore giustiziere e il Re giustiziato, si trovano a fronte, così nel salone d'un circolo militare noi dovremmo collocare a fronte i busti dei Marescialli d'Italia Graziani e Messe.

Importa non il dove bensì il come ognuno di noi ha in quei tormentati giorni agito; ciò che interesserà domani lo spirito pubblico saranno le prove di eccezionale fortezza, di indomabile fede, di ardimento abnegazione martirio in qualunque campo date.

Nessuno meglio di Lei può fissare per il tempo a venire le imprese dei Suoi Volontari ebbri d'un sacrificale amore, e la tradizione d'uomini d'armi fattisi storici di eventi vissuti ha nella nostra cultura precedenti illustri fin dall'antichità più remota.

Nella fiducia che accolga la mia esortazione Le presento, caro Comandante, l'espressione dei miei più cordiali sentimenti.

Torino, maggio 1955. suo Piero Operti

 

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